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Sul Grand Opening del nuovo Centro Pecci di Prato.

“Dall’uomo dipende il cambiamento di questa situazione e sempre dallo sforzo umano dipende l’allontanamento da questa Fine del mondo 

Luis Sepúlveda

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La fine del mondo  è il titolo della mostra che ha segnato il nuovo corso del Centro museale Luigi Pecci di Prato, il 16 ottobre scorso.

In una sorta di renovatio che ha investito Prato intera, il nuovo centro per l’arte contemporanea ha deciso di avvalersi anche di un generoso restyling, per mano dell’architetto Maurice Nio. Un’astronave ha detto qualcuno, Sensing Waves, secondo il progetto.

Di certo, trattasi di quello che il direttore del Centro Pecci, Fabio Cavallucci, ha inteso essere il “grado zero” e, riprendendo le parole di Sepúlveda, la diarchia tra il nuovo ed il vecchio, la fine del mondo e la rinascita, partendo dall’uomo come genius. Il mutamento è in atto da diversi decenni, nei quali, tuttavia, l’Italia ha arrancato, non sentendo coerentemente la necessità di cambiare, di aprirsi al nuovo, crogiolandosi, persino malamente, sui propri antichi fasti e mitici allori. Capita, però, che il resto del mondo, in special modo quello che non ha radici tanto profonde quanto le nostre, abbia fatto un salto generazionale enorme.

La strada è stata, in simili alterità, tracciata dal percorso di sinergie tra istituzioni e pubblico, il che, se altrove ha dato luogo ad un reale sostegno, sociale oltre che culturale, alle nuove forme del contemporaneo, in Italia ha preso un cammino diverso, spesso divenendo una campana di vetro per soli addetti ai lavori.

Il Centro Pecci ha deciso di ricominciare in maniera trasversale: stupire, certamente, sin dalle nuove vesti, architettonica e formativa, dando spazio, nel giorno della preview, al Forum dell’arte contemporanea italiana.

Tra le installazioni che abiteranno la grande onda di Maurice Nio, i tavoli di discussione hanno riguardato diversi argomenti, incentrati su diversi punti chiave, come, ad esempio la fiscalizzazione del mondo dell’arte, tema scottante in un momento economico difficile e che sembra tagliare fuori molto del mercato italiano. Il focus portato avanti dal Forum ha determinato un’analisi profonda sullo stato del contemporaneo, che oggi va rivisto, rivisitato come concetto, nuovo ordine da intendersi nel tempo coevo.

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E’ il nuovo Centro Pecci una sorta di rappel à l’ordre nel grande e vischioso mondo del contemporaneo?

Non del tutto. Cerca nella condivisione, in un nuovo rapporto con le istituzioni e con la città, anzi con l’intera regione, un punto da cui prendere avvio, come ha evidenziato il tavolo di lavoro curato da Alessandra Poggianti e Cantiere Toscana, in cui la commistione risulta essere momento di apertura e crescita. L’intento del Forum è stato anche quello di guardare al futuro del collezionismo, sia pubblico che privato, estromettendo l’idea che Arte significhi Lusso. Non è, infatti, essa un orpello della classe alto borghese e tale visione deve mutare, partendo dal basso, ma anche da quelle figure che con l’arte hanno a che fare.

Musei, curatori e critici, debbono, necessariamente, ripartire dal rapporto con gli artisti, con coloro che detengono non il potere, ma il logos, il genio, l’intuizione e quello sguardo, talvolta disincantato, talaltra veggente, sul nostro tempo e su questo mondo. Che esso sia alla sua “fine” o al suo “nuovo inizio” la risposta è nella volontà di dar voce a un mondo che non può più tenersi sulla strada del cosiddetto “incomprensibile”. Non è la tradizione, il già noto, il semplice – che semplice non è – a permettere un cambiamento, ma la forza generatrice di nuove istanze, che se al passato guardano, figlie del proprio presente, tendono al futuro, in veste critica, in foggia anche di ironico sguardo sulle consapevolezze di ciò che intorno accade.

La torre d’avorio deve crollare, ha fatto il suo tempo e ha creato un turbinio centripeto, chiuso in sé stesso, in cui a dettare le linee direttive è stato per gran parte il mercato, drogato, assuefatto al gusto imperante, spesso tuttavia, frutto di ingenua ignoranza. In tale ottica andrebbe rivisto, pertanto, anche il ruolo sociale dell’artista, non misurabile più attraverso i lunghi curricula didascalici, quanto, al contrario, nell’apporto ad una nuova visione. Cosa significa questo? Che se alla ricerca del Bello e del Trascendentale, si uniscono indagini che smontano le sovrastrutture accademiche e pongono il loro punctum nell’osservazione e nella ricerca ontologica, allora, dunque, lo sperimentalismo è reale. Il contemporaneo non deve solo essere spettacolarizzazione del linguaggio artistico, non è stupire a tutti i costi il valore aggiunto, quanto, invero, una volontà di saper discernere, di creare qualcosa che sappia dialogare con il mondo, con i fruitori e non sia alla ricerca di uno star system della pittura, della fotografia o della scultura.

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La ricerca, però, ben sappiamo essere osteggiata nelle nostre terre ed è per questo che La fine del mondo rappresenta una presa di coscienza per guardare, e andare, oltre. Questo è ciò che il direttore Cavallucci ha voluto sostenere, ciò che le istituzioni che sono entrate a far parte del progetto vorrebbero fosse il fil rouge di un futuro prossimo venturo.

E gli artisti? Negli immensi spazi del nuovo centro, più di 50 esponenti hanno portato il loro contributo, dai maestri della collezione permanente e del passato, come Duchamp, Boccioni e Fontana, alle ultime generazioni e con una rete di commistioni e linguaggi modali. Evoluzione ed involuzione, mercato e quella che può definirsi “musealizzazione”. Senza dubbio un grande richiamo, una boccata d’aria in quello che pare, a tratti, un paludoso stagno, come segnalato dalle visioni di alcuni illuminanti nomi, tra cui Jimmie Durham, Babi Badalov, Guo-Qiang,

Ma cosa sarà dopo? In una novella teoria del Big Bang, allorquando dalla fine si genera nuovo inizio, Prato, che è un centro extra culturale nel proprio tessuto cittadino da anni, dovrà dialogare apertamente e lungamente con altre realtà che, se sembrano lontane necessitano di nuove gravitazioni. Sarà il Centro Pecci questo genus loci? E’ auspicabile, certamente.

La mostra, La fine del mondo, lascia aperto un interrogativo, che si srotola tra le grandi installazioni, a metà strada tra ironia e suggestione e che esce letteralmente da quel che è notoriamente l’esposizione contemporanea italiana. Nel lungo fine settimana dedicato al Grand Opening, la città intera si è rivestita d’arte, mediante eventi collaterali, come la mostra TU35, latrice di nuove espressioni di giovani artisti toscani, da cui il titolo, e La Torre di Babele, curata da Pietro Gaglianò, entrambe esposizioni che hanno trovato la loro dimensione, che qualcuno definirebbe “post industriale” in luoghi peculiari della città: fuori dai musei e in ex spazi manifatturieri, anima di una Prato ormai in ombra. Il gioco serio delle contaminazioni, del tempi, dei luoghi e delle anime ha offerto una visione estremamente ampia, anche se di certo non esaustiva, ma che tenta di andare oltre i ruoli predefiniti, al di là dei linguaggi che hanno già detto e che cercano, invece, nel nostro tempo, una più complessa nuova oggettività, un alfabetario che sappia parlare di qualcosa di nuovo.

Una pluralità di voci, un coro eterogeneo che dalle Sensing Waves giunge con un’eco verso nuovi segnali e, ci si augura, sia sempre più destinata a non assuefarsi al predominio dell’ego smisurato dell’ignoranza; ciò che non si comprende, non è sempre da aborrire, molto più spesso va rimeditato, secondo schemi di indagine che, scevri dalla infinita serie di sovrastrutture imposte, trova nella complessità di un certo linguaggio concettuale, il punto più estremo della riflessione e che, nel momento fruitivo non va allontanato, ma, senza timore, accolto e ragionato.

Chi di voi ha visitato La fine del mondo, cosa ha trovato in quel che è considerata una vera e propria rinascita?

 

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