Riflessioni sul reale

Cos’è il reale? A cosa pensa, ognuno di noi, quando scomoda il concetto di realtà?

E’ una dimensione, certamente; è il luogo che oggettivamente abitiamo, così come quello cui facciamo riferimento allorquando intendiamo paragonare qualcosa d’altro. Il reale è ciò che percepiamo attraverso i sensi e mediante i processi cognitivi, tanto da distinguere, a loro volta, il surreale e l’irreale.

La realtà è anche costruita sulla struttura innescata dai processi mnemonici interiori, una stratificazione che permette che persino l’idea di reale muti. Esistono, pertanto, un reale soggettivo ed un reale oggettivo? Percezione e ragionamento danno luogo a verità e menzogne? Oserei affermare che nel reale convergono e convivono, talvolta a fatica, tutte queste sfaccettature. L’arte, naturalmente ha, da sempre, cercato un dialogo con il reale, che fosse di matrice mimetica o che fosse l’esatto opposto. Il dato oggettivo è stato ricercato con passione o annullato con altrettanto entusiasmo, tanto da lasciar posto ad una miriade di continue evoluzioni e traslazioni, talvolta volute, talaltre filiazioni di momenti storici particolari. Il reale, spesso, ha voluto coincidere con la ricerca del Bello, tendenzialmente un ideale, in un tempo ossessionato dalla riconoscibilità identitaria di oggetti e personaggi, in cui il reale ha funto da modello ossimorico per se stesso. Il reale, tuttavia, è il simbolo, il luogo, l’alter ego dimensionale, tutto ed il contrario di tutto. Il reale è ciò che cerchiamo, ogni giorno, di comprendere, di far sì che diventi appiglio per il quotidiano, e ciò che non lo è si traduce in una dimensione altra, che attende d’essere indagata, compresa. Non v’è certo tutta questa semplicità di dualismo tra realtà e suo opposto; tuttavia, se si volesse fare soltanto riferimento all’universo della Storia dell’Arte, la nostra memoria non ci ingannerebbe, portando ad emersione il ricordo entro cui racchiudere un incasellamento di scelte stilistiche e formali, oltre che concettuali ed ontologiche, naturalmente, attraverso le quali le arti visive si sono biforcate. Il reale ha assunto le forme del vero, in pittura ed in scultura, fin dall’arte classica, per poi modificarsi, mutarsi in linguaggi che si allontanavano dall’ideale di mimesis per giungere ad altre visioni. Fintanto che, in epoche a noi più vicine, dalle scelte di Cézanne e impressioniste fino alle grandi avanguardie, il dato oggettivo, reale, ha smesso di coincidere con la figurazione, per tutta una serie di motivi, o, in altri casi, per giungere ad esasperazioni stilistiche di iperrealismo tali da tendere ai risultati della fotografia, medium che, certamente, nel Novecento, ha contribuito ad un cambio di rotta di certe espressioni pittoriche.

Ciononostante, il reale resta quel punctum che permette, ex ante ed ex post, di inoltrarsi, attraverso l’arte, entro le profondità dell’animo, della società, del nostro tempo, più in generale. La bellezza dell’umano vivere, dell’umano sentire, in ogni sua sfaccettatura; la bellezza dei luoghi sentiti come propri o come estranei; l’immersione nelle spire della vita, nei suoi contrasti, nelle sue affezioni e nei suoi scoramenti, sono i fili che congiungono le esperienze, non meramente artistiche, di Celestino Ferraresi, Antonio Laglia, Gianluca Tedaldi e Luca Vernizzi, colleghi, amici, compagni di una vita, afferenti alla seconda Scuola Romana, sotto l’egida di Alberto Ziveri e oggi qui, in ricordo del compianto Ferraresi, con una mostra che non è una semplice collettiva, ma neppure un’antologica, è, piuttosto, un percorso, una sorta di viaggio nella storia dell’arte del ‘900 che, attraverso le opere presenti, ogni fruitore potrà compiere, seguendo i diversi linguaggi dei quattro pittori, un rivolgimento agli stili, certo, ma anche alle intuizioni di quattro differenti genialità.

La Modella, Lo Studio, La Pittura – Quattro pittori fra Roma, Milano e l’Emilia è il titolo di una esposizione per la quale ho curato l’intero catalogo, ed anche il fil rouge che lega Ferraresi, Laglia, Tedaldi e Vernizzi, il loro linguaggio, le loro storie; tale filo, tuttavia, lega anche la fruizione e l’interpretazione che l’accompagnano, secondo la ricerca di un ideale di bellezza, inteso, dunque, quale elemento di fusione da esperire e apprezzare teso verso uno sguardo evocativo ed emotivo.

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