La pittura poetica di Giancarlo Frisoni

“Dipingere è bisogno di comunicare quello che a parole mi è più difficile.

Così la materia, le masse, i segni, i colori, i graffi,

altro non sono che sensazioni, pensieri, emozioni, che finiscono sulla tela.

Per questo ogni volta che espongo un quadro, lo faccio con molto pudore, con una sorta di vergogna quasi, perché mostro qualcosa di me così intimo, che a fondo neanche io conosco e riesco a spiegare.

La mia parte più nuda, quella più vera, quella meno razionale che si avvicina allo spirito.”

In punta di piedi si presenta l’artista romagnolo Giancarlo Frisoni, con la meraviglia negli occhi e tanto da raccontare, come accade ai bimbi curiosi del mondo, insaziabili ed ingenuamente avidi di conoscenza, di nuove storie, di nuove emozioni. È questo lo spirito che ha, da principio, animato colui che oggi conosciamo come pittore ma che è anche fotografo, scrittore e poeta. Una poliedricità che, nell’infanzia, ha significato mettersi in gioco in una solitaria quotidianità rurale, quel borgo di Valliano (Montescudo – Rn) che i suoi compagni avevano abbandonato, con le famiglie, per la città. Mentre il mare della costa riminese urlava i fasti del nuovo progresso e del boom economico degli anni Sessanta, il piccolo Giancarlo si addentrava nei misteri della sua terra, tra le stradine del suo paese, nelle campagne che lo circondano, e di queste narrava, in maniera semplice eppur già complessa, in modo meditativo, in un certo qual senso.

La fascinazione è stata l’elemento principe nella formazione autodidatta del Frisoni il quale ha scelto la terra come maestra, la natura come mito cui tendere e con cui entrare in comunione, per dar vita ad una dimensione onirica, surreale, simbolica, una sorta di street art ante litteram, attraverso la quale i vecchi muri scrostati si trasformavano in supporto per accogliere lo sguardo di un bambino, la traduzione di uno stravolgimento del reale che era fatto di sintesi, di sublimazione e amore per il colore.

“È venuto naturale rubare il ramato per colorare i cieli dei miei disegni, lo guardavo sempre sul muro dietro la vite del portico quant’era bello il turchino! Ma non mi bastava, volevo i colori di tutta la terra, e strisciavo foglie d’olmo e di malva sul muro fin quando lasciavano il verde, dai papaveri rubavo il rosso, dai pollini il giallo, il viola dal vino. […] Guardavo le cose ed il paesaggio per capire e imparare quel che non sapevo, nomi che codificavo a modo mio: i miei tagli erano le linee, le forme il disegno, le proporzioni la prospettiva; e intanto copiavo sui muri quel che avevo davanti e sognavo di diventare pittore.” – continua a ricordare il Giancarlo Frisoni di oggi.

Il suo sognare non si fermava neppure dinanzi ad un muro, come si suol dire, anzi, quest’ultimo diveniva oggetto amicale in tale ricerca infantile che, in maniera del tutto spontanea da un punto di vista artistico ma consapevole da un punto di vista che, oggi, definiremmo ‘concettuale’, proseguiva e perseguiva il fine di dar tangibilità a tutte le curiosità sorte dinanzi ai mutamenti della natura che la terra regala o di fronte alle storie che i muri disfatti tacciono, in attesa d’esser udite.

Il piccolo Giancarlo è cresciuto e gli anni Ottanta hanno segnato il punto di svolta, quelli in cui Egli ha iniziato a far conoscere il proprio lavoro ed a mostrarsi come artista, in maniera eclettica, attraverso la narrativa, la poesia, la fotografia e la pittura. Un sentire diffuso che esprimeva la sua volontà di farsi testimone di una dimensione, quella contadina e dell’entroterra romagnolo, misconosciuta ai più, della quale, tuttavia, Egli si fa ancor oggi  latore, approfondito conoscitore. Gli anni Duemila lo scoprono in veste di vero e proprio testimonial anche attraverso le proprie pubblicazioni, le mostre fotografiche, in particolare in occasione dell’Expo del 2015 a Milano, in rappresentanza della Repubblica di San Marino e alla 57ima Biennale di Venezia. Si susseguono i premi ed i riconoscimenti, così come le molteplici attività che, a tutto tondo, impegnano il Frisoni come artista.

Il 2018 si conferma un anno ricco, che procede con la mostra personale a Bologna, nel rinascimentale Palazzo Fantuzzi, sede della Galleria Farini Concept, a pochi passi dalle Due Torri e dal centro nevralgico della città.

Una esposizione che permetterà di sostare lungo il percorso pittorico dell’artista romagnolo, la cui acutezza non risiede nel realismo mimetico della trattazione del mondo quanto, però, nella sua traduzione concettuale. Il distacco dalla concezione di mimesis, invero, il Frisoni l’ha fatto proprio modus operandi sin da quando, nella dimensione straordinaria di quello che spesso chiamo ‘gioco serio dell’arte’, modulava, trasformava il già noto con ciò che aveva, con quello che l’interazione tra natura ed uomo gli permetteva di utilizzare e far proprio. Si parla di ‘pittura poetica’ nonostante il dipingere di Frisoni non sia narrazione figurativa o descrizione tematica, da intendersi, invece, secondo i dettami e le istanze di una poesia ermetica, celata dietro simbolismi spesso non del tutto riconoscibili ma in grado di esprimere, in maniera peculiare, la profondità di una meditazione soggettiva altrimenti non visibile. Ecco, dunque, che Giancarlo Frisoni poetizza l’imago, ne scarnifica il dato oggettivo per far sì che essa divenga costrutto di una spinta interiore, soggiogata dalla materia allorquando questa si fa unica forma traduttiva di un sentire che dalla materia medesima giunge, con essa dialoga, in un rapporto che è filosofico ed esistenziale e che, solo ex post, giunge a fenomenica identità.

La ricerca identitaria è da considerarsi come un fil rouge di tutta la poetica artistica del Frisoni, non già e non solo quale indagine propria e soggettiva, quanto, in special modo, luogo di una analisi dell’universo mondo, dell’umana natura, quid iniziale e terminale dell’arte stessa. Egli asserisce: “L’arte è la parte vera, un linguaggio universale che comunica sensazioni senza bisogno di parole. È l’essenza di un’anima piena che lascia la sua catarsi a chi è in grado di leggerla, capirla e apprezzarla.”

 

Kάθαρσις – katharsis – è l’istanza cui fa appello l’artista e che va intesa, nel suo caso specifico, secondo il pensiero aristotelico e secondo la sua trattazione da un punto di vista estetico, in grado poi di legarsi a tutta una serie di successive risoluzioni che affondano le radici nel pensiero psicologico. Pertanto quella che Frisoni intende come ‘catarsi’ prende avvio ed agisce sull’indagine del reale per farne scaturire una sintesi che si fa trasfigurazione, aggregazione per differenza di osservazioni e di soggetti, che assumono, in tal modo, nuovo spirito e nuova specificità identitaria oltre che drammatologica. Mediante tale processo si attua, inoltre, una sorta di autenticazione capace di fungere da salvaguardia per una memoria collettiva a posteriori, di luoghi, storie e tempi legati ad una caducità esistenziale, materiale ed ontologica. Caducità che Frisoni lascia esprimere dall’apporto della materia medesima e dal rapporto che questa impone alla realizzazione delle opere stesse, in quanto realizzate con la terra, con intonaci, con polveri, pollini, metalli, vino, ossidi. Materiali poveri – che pure afferiscono alla lectio dell’Arte Povera ma non per emulazione – che vivono e sopravvivono in ossequio alla loro origine e che di tale memoria si fanno evanescente sosta nell’universo e dell’universo mondano. Sulle tele di juta grezza, elemento atavico, naturale, si attua una trasfigurazione che ha origine nella primigenìa della creazione e che trova nel Χάος dell’origine nuova mutazione, seppur fedele a quel principio di nascita e trasformazione che i lavori di Frisoni recano. Le sue opere, per dato chimico e fisico, mutano nel tempo, polarizzano la propria natura, devitalizzandola da un lato, scomponendola dall’altro ma in grado di mantenere il proprio carattere.

Il principio della trasfigurazione attinge forza dal disegno originario che altro non era e non è, a tutt’oggi, esperienza e processo maieutico rafforzativo del pensiero artistico di Giancarlo Frisoni. Tradurre ciò che lo spazio attorno regala all’ospite umano serve a conservare le idee, a fissare un ‘fattore estetico’ che si riveste, successivamente, di una nuova valenza.

“Sono racconti i miei quadri! Racconti di terra e di cielo, di aria e di acqua, di gente e di vita. Terra che mi emoziona ancora ogni volta che mi passa di mano, perché sa di sudore e fatica, di grano e di vigna. Nessuno lo sa ma io sono come il grano e la vigna, l’aroma del tempo.”

È in una simile decriptio che l’imago mundi assurge a nuova velleità esistenziale, si fa specchio mediante il quale riflettere una realtà transitoria, lontana eppure fortemente pregnante che l’astrazione porta ad un nuovo percorso, altrimenti difficile da compiere. Ed ecco che, ogni scalfittura, ogni trama tessuta con la materia grezza su quella juta che ricorda i sacchi raccolti nei granai ma anche le famigerate opere di Burri, o su quei supporti solidi che ricordano i muri dei borghi antichi, l’artista romagnolo modula il livello di percezione e lascia che tenda verso una stratificazione ontologica tuttavia latrice di una evocazione che scarnifica il noto per una sorta di nuova sintetizzazione che è, in definitiva, una vera e propria sublimazione dello sguardo interiore. L’astrazione, dunque, in Frisoni, rimanda parimenti a quel che il significato latino destinava alla forma verbale abstrăho: strappare, tirare, trascinare via, rimuovere. Ciononostante, però, si è detto della valenza differente che Frisoni assegna al suo modus pingendi, per cui, a quel tipo di astrazione – che attinge dal dato oggettivo – Egli accomuna una complessa ricostruzione, che è immagine interiore, in grado di sopravvivere anche a fronte dell’abbandono del dato reale fenomenico.

In ciò, dunque, si attua la piena realizzazione dell’opera in quanto metafora, emblematica raffigurazione dell’osservazione di natura, anche umana, che si profila, si delinea, si smaterializza senza perdere di forza di una descrizione che, come per i versi di una poesia, va differentemente parafrasata per giungere a piena comprensione in quello che è il linguaggio della comune percezione riconoscibile. La pittura del Frisoni procede secondo una alternanza equilibrata ed armonica di pars costruens et pars destruens, mai urlata, bensì sempre delicatamente affrontata, segnata da una purezza che rimanda ad una primitiva dimensione evocata ed evocativa, crepuscolare.

L’attenzione al mondo che abitiamo si fa trascrizione panica per l’artista, luogo parallelo tra i racconti della natura e quelli dell’umanità, in una perfetta comunione legata dal tempo e dallo spazio che pure, tuttavia, Egli modula secondo una fissità che tale, davvero, non è; l’opera d’arte, in tal maniera, si fa residuo che perdura seppur trasfigurandosi, mutando, cedendo al destino della materia. Quest’ultima, dunque, ha una propria memoria, che è similare a quella del racconto ed alla reminiscenza collettiva che, di generazione in generazione, si trova a dover dialogare con qualcosa di diverso, seppur altrettanto fondamentale. Giancarlo Frisoni, dunque, mette in comunicazione l’oggetto in quanto tale, il concetto in foggia di idea astratta e la vita. Tutto ciò trova, però, realizzazione nell’elemento lenticolare e di dettaglio che si palesa nei dipinti, tra le scrostature della materia non genericamente ‘pittorica’ e che, di volta in volta, è cielo, mare, terra, borgo, uomo. Non è forse poesia questa? Ποίησις è l’etimo greco da cui è derivato il lemma latino pŏēsis che, letteralmente aveva significato di ‘fare, produrre’ secondo una sintesi del linguaggio corrente e discorsivo. La sintesi che applica Frisoni è racconto in foggia d’altro, narrazione che procede per via tematica, attraverso un percorso segnico, fatto di gesti – siccome tutte le opere d’arte sono, in qualche modo, costruite intorno a parametri che al rapporto gestuale fanno capo – e che, mediante essi, risolvono la definizione fenomenica, portando a compimento l’atto maieutico dal mondo dell’idea all’universo del sensibile.

Qual è, pertanto, il modo per approcciarsi al lavoro di Giancarlo Frisoni? Quando si legge nella sua varia ed ampia fortuna critica di un pittore che reca con sé la tradizione contadina di cui si fa messaggero, ci si potrebbe aspettare dipinti di matrice paesaggista, bucolica, descrittivi di un entroterra ricco di tradizioni. Invero, la produzione pittorica del Frisoni rapporta quel mondo, ma lo fa secondo istanze che abbandonano la restituzione mimetica tout court per abbandonarsi all’immagine sentimentale che si discioglie nella trama complessa che si abbarbica tra i filamenti di juta, tra l’impasto cromatico che è fatto di quell’intonaco che da bimbetto scalfiva tra ‘le vie del borgo’, di quella terra arata sui colli romagnoli, di quel pigmento che è frutto, e talvolta scarto, della lunga e faticosa lavorazione della terra, del ciclo delle stagioni, di un tempo codificato in maniera tale da aver scandito la sua vita e quella della sua gente.

“Ut pictura poësis” – letteralmente “Come nella pittura così nella poesia” – scriveva nella sua Ars poetica, Orazio, in quella che è detta la Lettera ai Pisoni, ancor oggi considerato uno dei testi di principale riferimento per la filosofia estetica. L’autore latino poneva in relazione quel ponte tra scrittura ed immagine nell’atto osservativo ed interpretativo. Dal canto suo, Giancarlo Frisoni – che pur essendo narratore e poeta non lascia che i diversi linguaggi interferiscano in modo da missare i differenti codici – espone la propria pittura al concetto oraziano offrendo concretezza ad un personale sguardo ed astrazione al dato reale; pur tuttavia, nulla si fa eccessiva distanza, bensì solo apparente distacco. Immaginifiche visioni emergono da un substrato eziologico che affonda, come un secolare albero, le radici nella terra che lo ha visto nascere, sotto quel cielo che lo ha visto scorazzare alla ricerca di pertugi da colorare, di sagome fantastiche da graffiare su pareti dimenticate dal tempo, di cui, però, portavano atavici segni.

L’operazione dell’artista è, anche, una rivisitazione concettuale del valore del tempo, che fugge, certo, che muta ma che nel suo ciclo è portatore di una immensa ricchezza. In ciò risiede anche quella che può definirsi una raffinatezza estetica cui Frisoni non rinuncia e non per vezzo od esercizio stilistico, ma per fascinazione verso una dimensione che è surreale in quanto evocazione, evanescenza mnemonica ed onirica.  Egli narra di una fantasia, di una cosmogonia che guarda al Vero e lo interiorizza, offrendogli una identità che è una sorta di nouvelle vague. ‘Onda’ precipuamente personale, interiore, soggettiva, in grado, tuttavia, di porre il fruitore e lettore delle sue opere in una posizione di visionario interprete. Frisoni non sceglie, quindi, la via della regolamentazione del cambiamento; naturalmente, la sua pittura si attua e si modella attorno ad un codex specifico ma al tempo stesso pone in essere una affinità – elettiva – tra la poesia e la pittura, legame che si svolge non sul terreno del tangibile ma dell’incorporeo, del pensiero; soltanto in secundis, tale rapporto dialogico si affida alla sostanza, ma non alla forma, largamente intesa.

Per meglio intenderci, all’archetipo della gestualità dell’arte, il Frisoni avvicina una riflessione che mette da parte, seppur in maniera provvisoria, l’analisi stilistica a vantaggio della forma, trattando quest’ultima come un luogo di passaggio specifico, peculiare, nella trasposizione dal significante al significato. Procedendo in tal modo, l’immagine assumerà ruolo principe ma in direzione di una risposta attoriale che, pur togliendo forza alla parola, lascerà che essa sgorghi altrove, in una rifondazione ontologica ove il concetto di memoria e racconto si muta in principio e quid di tutta la costruzione artistica del pittore di Montescudo.

Osservando le opere in catalogo ed in esposizione, il fruitore sarà colto da un moto istintuale dalla duplice valenza; ad una prima occhiata, l’assenza di mimesis porrà la lettura dei lavori in un limbo di incomprensione, di distacco che, v’è da dirlo, d’un tratto, inspiegabilmente, lascerà spazio a qualcosa di differente, ad una sorta di ipnotica attrazione, una tramutata fascinazione derivante da quella affinità di cui s’è detto e che è, adesso, trasferita nel rapporto tra la superficie pittorica e lo spazio che essa va ad occupare, il medesimo occupato dall’uomo. Si costruisce, in questo modo, un paradosso di circolarità che mette in moto ed in comunicazione tempo passato e presente, materia che dal passato trae origine e si vivifica nuovamente nell’oggi della fruizione, mentre, parallelamente, la comunicazione, non solo retinica, tra l’artista e l’osservatore, giunge ad un incontro concettuale che è, ancora una volta, metafora del tutto: della componente epifanica e della componente di lettura. La concezione interpretativa della rappresentazione, dunque, non si fa riduzione ma sintesi, non si fa riordino bensì nuova fonte comunicazione.

L’impianto semiotico che il Frisoni mette in scena è certamente impegnativo, affiora da un universo non facilmente comprensibile, perché soggettivo, profondamente legato a storie che, chi oggi osserva, non conosce. Questo, tuttavia, non è un limite, quanto, piuttosto, un varco. Il potere dell’evocazione suggerisce come porsi dinanzi a questi lavori. La ricerca della mimesis, già abbandonata dal pittore, sarà abbandonata allo stesso modo anche dallo spettatore, il quale, al contrario, si trasformerà in attento lettore, procedendo in una vera immersione percettiva. I dipinti assumono carattere accogliente, la suggestione remota che ha offerto spunto vocativo al pittore ha il potere di trasfigurare. Se, dunque, come in questo caso, l’osservante non conosce il soggetto primario, per mancanza di titolo, per mancata conoscenza del tema e del luogo ‘raccontato’, la seconda reazione che si pone quale indice di lettura sarà quello indicato dal gesto, dalla fattezza indicante il segno – giacché si tratta di opere non figurative – prova tangibile e reale di una esperienza pittorica ed ispirata.

L’oggetto ‘quadro’ è affrontato dal Frisoni in modo peculiare, alternando la tela grezza a solide strutture, tali da farsi supporto non solo materico ma anche temporale, in quel rimando alle prime superfici da lui usate, toccate, immaginate e modificate. Se è vero, infatti, che la filosofia ha un proprio oggetto, anche l’arte è suscettibile di tale diarchia, verosimilmente affrontabile in contesti che con il concetto e la sua identità fenomenica hanno a che fare. In che maniera, pertanto, i lavori di Frisoni si muovono ed evolvono, in un certo qual modo, verso un riscatto della trattazione del dato reale? Quale tipo di considerazione stilistica suscitano rispetto alle istanze di quel che del mondo reale viene descritto? Frisoni si muove, in modo armonico e meditato, nell’alveo di una ragionata interazione delle dimensioni di realtà e metafora. Ogni suo gesto è emblema di qualcosa che affiora dalle profondità dell’inconscio, della memoria che non smette, tuttavia, di percorrere in modo trasversale la dimensione spazio temporale.

La riflessione interiore, ontologica, si specchia nella scelta della materia da cui sarà sostanziata, in un continuo gioco di rimandi, definito da un ritmo sincopato che è possibile riconoscere in quei gesti, in quei segni che si offrono quale trama astratta di materia e azione, ove λόγος e τέχνη  trovano il proprio punto di apicale realizzazione. In questo particolarissimo luogo d’incontro, interverrà anche l’occhio dello spettatore che tenterà di cercare nuovo appiglio, provando a riconoscere, nella ingestibile forma, una àncora che con il Vero oggettivo abbia a che fare. Tra quei graffi, quelle linee, quegli spazi pieni e quelli lasciati sottostare al vuoto, parrà di trovare una sorta di descrizione mimetica, si riconoscerà qualche fisionomia, qualche casa, qualche oggetto. Invero, Frisoni non gioca a comporre nuovi test di Rorschach, senza dubbio, però, il potere della pareidolia avrà enorme pregnanza, soprattutto quando si giungerà a guardare il lavoro dell’artista conoscendone il substrato da cui esso si è sviluppato. Tuttavia, trattandosi di una ricerca che, nella propria poetica analisi del mondo, si aggroviglia al tema ed alla matrice delle suggestioni, un certo grado di illusorietà non può – e non deve – mancare, dato che essa si anima in forza di quel legame tra l’immaginario d’infanzia di Giancarlo Frisoni bimbo e quello di Giancarlo Frisoni uomo ed artista.

È in tale mescolanza, in tale paradosso metaforico che si ritrova, in tutta la sua ampiezza, la ‘pittura poetica’ dell’artista, la densità intrinseca di un sentire profondo che è fatto di materia e di evocazione, di reale ed immaginario, di una cosmogonia che mette radici in una duplice e contrapposta dimensione, senza scegliere mai davvero l’una o l’altra, bensì in una armoniosa ed equilibrata convivenza delle due. “Essere reale è essere il valore di una variabile vincolante”, asseriva Quine, in maniera maliziosa; nella fessura ‘variabile’ si inserisce l’arte di Frisoni. In tale dicotomia del concetto stesso di rappresentazione e raffigurazione, Frisoni si fa reazionario, sceglie con cura le immagini interiori da raccontare e lo fa in maniera tale da renderle luogo universale, abitabile, ex post, da chiunque abbia la volontà di avvicinarvisi.

Tale avvicinamento è come un abbraccio, lungo, capace di coprire le distanze che intercorrono tra l’artista ed i tanti spettatori. L’annullamento di tali distanze, che nella realtà esistono, nel mondo dell’astrazione perdono di importanza e lasciano spazio alle analogie, di sentimento, di emozione, di poesia intesa quale dimensione dell’anima. Ogni tratto pittorico è come un verso scritto, ad ogni segno corrisponde, idealmente un lemma, l’unione di questi due elementi, che si anima nell’emblema metaforico, è il punctum delle opere qui in oggetto. Non c’è spazio per la finzione, in tale operare; in un simile lavorìo il Frisoni ha messo tutto sé stesso, senza alcuna barriera. Ha lasciato cadere i muri comunicativi per lasciar spazio al muro quale spazio pittorico e di dialogo.

L’astrazione è dunque, sinonimo di forma mentis, nella traduzione e nella traslazione su un supporto legato alla tradizione dei luoghi vissuti e conosciuti da Giancarlo Frisoni che, con queste parole, chiosa la sua intera ricerca e con le quali, personalmente, vi invito a leggere i suoi ‘dipinti in foggia di poesia, o viceversa’.

“Racconto di me nelle metafore dei segni, negli spazi, nel dolore dei graffi, negli equilibri delle armonie, nelle parole degli impasti e dei colori. Racconto la bellezza dei sentimenti, le strade della vita piene di sassi, gli smarrimenti, i ricordi in questo tempo del forse. Questo è il mio modo di vedere e vivere l’arte e la vita.”

 

Azzurra Immediato

Comments are closed.