Giuseppe Leone, un ritratto che giunge da lontano

Conosco Giuseppe Leone da ben prima che io stessa nascessi, giacché Egli è amico di mia madre da quando tra Napoli e Benevento imperversavano gli echi delle rivoluzioni degli anni Settanta, quando la cultura, in mano ai giovani di una nuova sinistra, guardava anche all’arte con lo spirito di un possibile e tangibile rovesciamento di un status quo che aveva ancora le radici in un immutabile modus vivendi.

Leone ha intrapreso, poi, una strada che ha affidato all’Arte la guida della propria vita ed è lungo questo percorso che l’ho conosciuto, come amico di famiglia, e ri-conosciuto come artista, dal mio punto di vista professionale. Ed ecco che, inizia così la mia visione di Giuseppe Leone:

 

“Un giorno ti vide un uomo all’orizzonte,

volle rincorrerti, giunse la morte,

la linea celeste è ancora lontana”

G.L., 1968

 

Con questi suoi versi, lascio che prenda avvio il mio viaggio nella sua arte. Viaggio, si, perché di questo si tratta; quello compiuto da Leone come novello Ulisse e quello compiuto da chi osserva il suo lavoro, ponendosi dinanzi alla sua ricerca e scegliendo di incamminarsi o di navigare in acque profonde, talvolta oscure talaltra cristalline, tuttavia, sempre in grado di lasciar emergere un messaggio composto da un codex proprio dell’artista sannita. Un viaggio decisamente lungo, che parte da molto lontano, dalle coste dell’Egeo e giunge sino a quelle del Golfo di Partenope, si addentra lungo le acque che bagnano la nostra terra, il Sannio e, in modo imperituro, riprende lungo l’intero Mediterraneo, luogo generatore della nostra civiltà e del nostro pensiero, sino ad una sua decostruzione, di matrice storica, oltre che artistica.

Il veicolo privilegiato di un artista è lo sguardo, quello interiore, il solo che permette di portare alla luce una analisi identitaria, soggettiva prima, universale ex post, di un tempo, abitato e dilatato, delineando e tessendo una rete fitta di commistioni, intellettuali e materiali.

“Tutto è inutile se l’ultimo approdo non può essere la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente” scriveva Calvino ne Le Città Invisibili; Giuseppe Leone, compie un passo diverso, il suo viaggio non è verso l’Ade, ma è un cammino che prende delle distanze dall’hic et nunc, per farsi dilatazione, sguardo interiore, profetico alla maniera di Tiresia, cui ha persino prestato identità in una significativa opera ove è la sublimazione della vista interiore, scarnificata dalla sua fisicità ma consapevole di ben altre fenomenologie, a dar conto di desideri, di dubbi, di gioie, ma anche di un dolore immenso, latore di un pathos da intendersi nell’accezione di sentimento, drammatico dolore, che oserei definire primigenio ed atavico.

L’itinerario di Giuseppe Leone è costellato di tappe, reali, ossia quelle che appartengono ad una mappa personale, biografica, che ha determinato e tuttora dà conto dell’eclettismo che lo vede protagonista in veste d’artista ma anche di docente, di teorico, giornalista, instancabile e caleidoscopico osservatore del suo e del nostro tempo, di quella realtà che, giocoforza, di tanto in tanto, necessita di una fuga verso un altrove misconosciuto. Come lo raggiunge tale non-luogo, l’artista? Tramite media differenti, attraverso linguaggi e codificazioni che, pur appartenendo al medesimo idioma, debbono, tuttavia, modellarsi attorno a ciò che Leone intende sollecitare e portare allo stato di percezione. Ciò accade mediante una congiunzione di elementi che porta l’artista a farsi alchimista, a fondere la materia, le discipline, lasciando esprimere le intuizioni, quell’anima che è, invero, anche atto epifanico, dimensione maieutica in grado di sostanziarsi in modo sempre sorprendente.

Ciò accadde, ad esempio, quando Giuseppe Leone incontrò il poeta Michele Sovente, con cui ebbe inizio una lunga e fraterna collaborazione, in grado di originare una cosmogonia affidatasi alla parola, pensata per inanellare fascinazione per il mito, affezione per le profondità psichiche ed anche quel senso di straniamento che, in qualche caso, giunge dalla favola. Alla maniera di E.T.A. Hoffmann, Giuseppe Leone dialoga con quello che Freud aveva definito Das Unheimliche, ossia, il perturbante che, energicamente, emerge in una certa produzione dell’artista, allorquando, a questo sentimento Egli unisce la sfera semantica e materica, ove si spinge sino quasi a con-fondere il respiro delle profondità umane con divagazioni filosofiche, capaci di abbracciare un’intera civiltà, scoprendone i legami ma anche le divisioni.

Oro e Petrolio, Sangue e Corallo sono alcuni degli elementi che Giuseppe Leone sceglie come lettere di un abbecedario complesso, mai ridondante, con cui Egli trasla messaggi, simboli, metaforiche contaminazioni. Nell’ambito di una dimensione allegorica che deriva anche dall’arte fiamminga, l’artista sannita giunge fino al pensiero di Pasolini, dimostrandone la sua validità prefigurata e veggente, scende negli abissi del Mediterraneo, quello in cui l’uomo viaggia, ma anche quello che fagocita i disperati, senza più restituirli alla vita; in tale caos, disordine primigenio che, dall’infinito, giunge ad oggi e riprende, turbinante, il proprio ruolo, Leone si trasforma in elemento induttore. La sua attenzione, invero, si volge alla propria storia ma anche verso una fantasiosa manipolazione lirica in funzione di una sorta di rimescolamento che affonda le radici nel passato – reale ed ideale – in quella memoria interiore e creativa che è anche collettiva. La fluidità di tale tempo scivola fino all’oggi, sostanziandosi in maniera peculiare, in una dimensione ormai invivibile ed indivisibile che pure è esistita e di cui ci giunge l’eco. È qui che la carica speculativa dell’artista assume un sinergico vigore maieutico, in quel limbo tra ragione o, mondo delle idee, ed arte, cui sottostanno le tensioni interiori, filiazioni di un plurimo modo di osservare questo mondo, ma anche, in un certo senso, di oltrepassarlo, in modo privo di sovrastrutture che possano ingabbiare l’estasi ontologica, frammista, nel caso di Giuseppe Leone, ad una spiritualità profonda ma, al contempo, libera e vibrante.

Oro, nero, rosso e bianco sono, invece, le nuances che si legano al mare ed alla terra che Leone solca e calpesta nel suo viaggio, sono i colori di vita – filosofica e biologica – ma, tuttavia, anche di morte.

Come vengono resi essenza? Mediante una materia che è duttile e pastosa in pittura, che è luce ed ombra in scultura e che è segno traslato sul cammeo, tradotto in foggia di conchiglia dal maestro di Torre del Greco, Francesco Scognamiglio, in quelle opere chiamate Prodigiose Meteore. In esse, peraltro, si attua un altro rimescolamento, concettuale e semiotico, cronologico e materico, storico e mitologico. Sulla superficie intagliata ecco che Napoli, il suo golfo, antonomastico, con Vesuvius a far da guardiano, si srotola, come accadeva già nelle storie narrate sulle colonne trionfali d’epoca romana.

La leggenda, in Leone, trova, però, un confronto diretto con il presente, ossia quel mare solcato da una allegorica “barchetta” simile a quelle di carta create dagli infanti, simbolo di viaggio, certamente, ma anche di quel peregrinare speranzoso ma incerto delle note “carrette del mare” oggetto della nuova e speciosa tratta umana nelle acque mediterranee. Ecco, pertanto, che il mito accoglie il suono di sirene che assordano, il nostro udito e la nostra coscienza, tentando di offrire una risposta che, ciononostante, si perde nell’imprevedibilità e nell’ingestibilità dell’archetipo.

In questa dimensione, è vero, l’arte di Leone trova frammenti della sua essenza persino nella sfera del pensiero ippocratico e galenico, espresso mediante una complessità che è ispirazione e ricerca al tempo stesso, ma anche significazione che discende da quegli elementi ch,e per la medicina classica, avevano già a che fare con la fusione tra psiche, corpo e Natura. Leone, tale visione la fa sua, interiorizza un simile processo per restituirlo in foggia di pars costruens; le sue opere racchiudono in esse la melancolia, ma anche la collera, la flemma e l’umor sanguigno. L’artista, compie, dunque, un atto epifanico che diviene istante di plus valenze, di opposti esistenziali ed ossimori filosofici in grado di sostanziare una forza motrice che si fa evocazione onirica ma anche dissoluzione realista.

Da dove giungono i sogni di Giuseppe Leone? Dove si originano tali palpabili figurazioni che desiderano comunicare, tramite la materia, il gesto, il segno, il codice, celando o custodendo qualcosa dal significato antico e contemporaneo? Egli pare quasi offrire un compendio di ciò che, nelle profondità dell’umano sentire, s’è svolto dal passato al presente; si trasforma, nel suo noto eclettismo, in narratore di sogni propri ed altrui.

Federico Rampini asserisce che, nel nostro tempo “viaggiamo di più. Capiamo di meno. Mentre lo attraversiamo in velocità, il mondo ci disorienta. I leader brancolano nel buio. Fissano delle ‘linee rosse’ che non capiscono. Forse perché non leggono. Quel che il mondo vuole dirci è spiegato nelle carte geografiche e nella loro storia.”

“E nell’arte”, son certa, aggiungerebbe Giuseppe Leone.

 

 

 

Giuseppe Leone, un ritratto che giunge da lontano

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