Four Tet, quel che non ci si aspetta da un dj

L’esperienza, talvolta, è fondata su qualche piccolo pregiudizio o su qualche certezza di troppo. Se, solo una volta, ci si lasciasse trasportare dai propri sensi, accreditando un’esperienza di fatto sensuale più che ragionata, si andrebbe incontro a molte sorprese. Questo può accadere negli ambiti più differenti, come, ad esempio, ascoltando un brano musicale, esule dalle classifiche più commerciali e pop. Basta un suono, una scelta meno ovvia e qualcosa di sensazionale nasce. Non è sempre necessario seguire le mode, anche in fatto di musica. Fondamento essenziale dell’estetica è che alla base della creazione ci sia varietà, quelle differenze di ideazione che non portino al già visto, già sentito, alla noia, in parole povere. Capita, così, che si ascolti un brano e poi un altro, se ne rimanga colpiti e si vada alla ricerca dell’autore, per poter comprendere quali sono state le urgenze creative che hanno portato a tale rivelazione. E, ancora una volta, contro ogni preconcetto, si resta esterrefatti. La ricerca della felicità è l’idea da portare avanti.

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Anche per un dj? Già. E’ questo che spinge il londinese Four Tet, aka di Kieran Hebden, ad essere un dj fuori dalle righe, apprezzatissimo però, da chi è protagonista della musica, come i Radiohead, i Kings of Convenience e gli Aphex Twin. Giovane londinese, con origini sudafricane e indiane, classe ’78, ha iniziato la sua carriera con la band Fidge, prima di intraprendere il percorso da solista con lo pseudonimo di Four Tet.  Ci si chiederà dove risiede l’originalità di quello che potrebbe apparire, distrattamente, come l’ennesimo dj della scena londinese. L’originalità risiede esattamente nel fatto che Four Tet porta avanti progetti musicali che si scostano dal noto underground britannico, per portare nei propri lavori un’eterogeneità fatta di commistioni singolari, che giocano su una base elettronica a cui si sommano influenze jazz, spinte dall’improvvisazione, che nel suo caso, si fa spesso psichedelica, all’utilizzo di un hip hop leggero, accennato, unito a istanze techno. Parte della critica ha definito Kieran Hebden un “folktronico”, ponendolo nel mezzo di una ricerca musicale che fosse a metà strada tra la musica folk e l’elettronica, come succede nel brano Chiron, del primo album, Dialogue, del 1999. In realtà, una sola etichetta non basta ad inquadrare questo giovane dj, che nelle sue creazioni riesce a stabilire equilibri spesso impensabili. Di sicuro, ascoltando la sua musica, ci si sente come trasportati verso mondi altri, (come, ad esempio, con Hands dall’album Rounds, del 2003) che si specchiano, però nel nostro quotidiano, una musicalità che spinge ad una sorta di riflessione onirica, ritmata da un sound dubstep, che fa eco ad un minimalismo astratto e funzionale ad una sorta di estasi compositiva. Ai ritmi, mai uguali a sé stessi, si accompagnano, nell’ambito di quella che può essere intravvista come ricerca folk, dei suoni, nettamente distinguibili o meno, che creano al contempo dei glitches elettronici che si intervallano a suoni che sembrano provenire da un mondo fantastico, trasognato e inafferrabile. Accanto a questi suoni, così immateriali, si odono voci, parole, anche esse limitate nel loro tempo di manifestazione ma, non per questo, meno potenti dal punto di vista espressivo (come nel caso di Plastic People).

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Talvolta, alla musica pura, si accompagnano suoni che, per ognuno di noi possono avere un valore, data la loro percettibile mutabilità. Le scelte di Four Tet, generano un flusso che è in grado di compiere movimenti e diramazioni infinite, attraverso cui il pensiero di noi fruitori si fa liquido, prende vita e forma che segue quei suoni e quelle vibrazioni. Le percussioni, spesso utilizzate al fine di creare semiotiche distorsioni, si rivelano come un pot pourri che non reca fastidio, bensì, riesce a portare i suoni iniziali in direzioni che, seppur non ci si aspetta, si seguono con naturalezza (High fives esprime in musica tale concetto). L’astrattismo richiamato nella musica di Four Tet, non resta autoreferenziale, al contrario, offre nuova linfa al quotidiano, allo scorrere del tempo delle nostre vite, in cui, la ricerca della felicità deve attuarsi. Lo stile di Kieran Hebden non poteva che essere apprezzato da soggetti come i Radiohead e Tom York, seppur significativa è stata la collaborazione con Burial, attraverso cui la ricerca di un atmosfera psichedelica è particolarmente rivelatrice di un aspetto fondamentale della ricerca musicale e stilistica del giovane dj. Non resteranno a bocca asciutta gli amanti della musica suonata da un dj in consolle, da ballare in pista, attraverso brani come Sing e tutti i remix e le collaborazioni con altri esponenti della musica garage e electrotech. La discografia di Four Tet è già molto ricca, consta di sette album di inediti, dal 1999 al 2015, un album di remix, del 2006, più numerosi contributi a quattro mani. Dialogue, Pause, Rounds, Everything Ecstatic, Ringer e There is Love in you, Pink, Beautiful Rewind e Morning/Evening, di cui in #Music4Souls di lunedì 31 luglio, sulle frequenze di Radio Reset, vi proporrò il brano Two Thousand And Seventeen, sono i suoi album e permettono di entrare nel mondo di Kieran attraverso un ingresso privilegiato che farà dell’ascolto della sua musica, della sua ricerca, un viaggio in grado di raggiungere altezze sensuali di valenza meno astratta di quanto si possa immaginare.

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I cultori della musica classica storceranno il naso, ne sono certa, ma, come nella vita, conoscere ciò che non ci è noto, può solo arricchirci, oltre che offrire la possibilità di optare per delle scelte dettate dal gusto declinato dalla conoscenza.

La ricerca della felicità, chimera umana che affonda le proprie radici nella notte dei tempi, può esser svolta anche con l’ausilio di piccole cose; un suono, una musica, un’idea che si affianca alla nostra mente e diventa nostra.

Four Tet lavora in  questa direzione, possiamo lasciarci accompagnare, fosse anche solo per la durata di un suo brano.

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