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“De/Costruzione – Caos – Memoria – Indagine – Imperfezione” – Massimo Rovereti in mostra a Cesena, a cura di Azzurra Immediato

De/Costruzione – Caos – Memoria – Indagine – Imperfezione – L’arte di Massimo Rovereti

a cura di Azzurra Immediato

 

Potrebbero esser questi i paradigmi secondo cui si sviluppano il lavoro e la ricerca artistica di Massimo Rovereti, architetto prestato alla pittura, che ha trovato in tale linguaggio un contraltare analitico verso la fenomenologia del mondo e del contemporaneo.

Il suo universo pittorico si caratterizza mediante diversi livelli di azione e di rivelazioni concettuali che prevedono l’analisi del reale svilupparsi tramite la valorizzazione o la scarnificazione di interi processi epifanici i quali, nella loro profonda diversità di linguaggio, si rendono in grado di comporre un vero e proprio abbecedario con il quale Rovereti ha dato forma e sostanza alla propria visione. Uno sguardo che giunge dagli echi del passato, di matrice classica e poi rinascimentale, affondando le radici nel sapere architettonico e fondendosi con la lectio dei grandi maestri. Tuttavia, la volontà di Massimo Rovereti tende verso un altrove considerato a rischio, in grado di generare delle scomposizioni ontologiche prima che figurative. Il suo approccio al presente storico, invero, si abilita grazie al riferimento al passato in foggia di “rievocazione” e di ricordo, entro cui il realismo si scontra con l’evanescenza della caducità del tempo.

Χρονος, Καιρός, Θάνατος – Chronos, Kairos e Thanathos – paiono giungere a comporre una scacchiera che, epifanicamente, genera una riflessione costante nella mente di Rovereti il quale arriva a riversarla nelle sue opere secondo linee programmatiche differenti. Quelli che, infatti, potrebbero dirsi “filoni tematici” sono quasi una decina ma, in tutti, l’idea di memoria anche come memento è supportata da una sorta di pars destruens che anima l’opera e il soggetto, unendo λόγος e τέχνη. Ciò che compie Rovereti è una incursione all’interno di un universo parallelo e metafisico, tenendo, pur tuttavia, quale modello irrinunciabile il Vero, da cui si allontana solo per osservarlo meglio, per comprenderne le intrinseche diramazioni. In tale universo afferente al reale, Massimo Rovereti guarda al passato, mediante un rimando alla tradizione, attraverso un richiamo alle istanze dell’interpretazione dello spazio, riportando un approccio legato sì alla costruzione architettonica cui Egli afferisce, ma anche alla dimensionalità che prescinde dalla resa accademica per farsi luogo contenitore di emozioni ed evocazioni. Il passato, in tal modo, non resta ricordo immobile, quanto, al contrario, oggetto riveduto in forma chiave che si lega al tempo presente, animato dal soggetto dell’opera, idea in forma di figura. Umanità che conserva barlumi di mimesi, che si corrompe attraverso il tempo, che si lascia attraversare dal colore e dal suo stesso cedere alla caducità, in una fusione che è ontologica ed espressionista o si lascia rinchiudere in teche e nylon, per far sì che possa essere unita a materia organica; è da tali squarci o dalle sovrapposizioni che l’artista crea che si giunge ad intravvedere il futuro, ciò che ancora non è, ma che tende ad una direzione ben precisa. Tale ricerca si arricchisce di intenti che hanno a che fare con la storia, con uno sguardo antropologico e sociale che si allontana dall’allure pop e si inserisce in un volontario scardinamento dell’immaginario di massa, non in una posizione di nicchia quanto, piuttosto, come allarmata presa di coscienza.

Il bello ideale, quella trascendentale dimensione cui tendere, viene messa da parte dall’artista cesenate, giacché spesso, sin troppo, esso viene asservito all’obnubilazione del pensiero, in direzione di una omologazione di gusto ma, soprattutto, di intelletto. Massimo Rovereti si oppone e le sue opere lo dimostrano allorquando, mediante l’uso di semiotiche sovrapposizioni caotiche, seppur fuse con un razionalismo della raffigurazione primaria, Egli mette in discussione finanche i livelli percettivi.

La sua intera parabola pittorica si è confatta a una simile tendenza che non cerca lo stupor mundi, ma si avvia, piuttosto, in una discesa negli abissi più profondi e bui del suo tempo. Il processo maieutico è reso visibile da eccezionali non-finiti o da acclarate dimostrazioni di matericità diffusa, che prendono corpo sul supporto, si animano e, al contempo si rescindono dal già noto. La visibilità, dunque, del processo creativo, delle sue tappe, permette all’osservante di scendere nelle trame eziologiche di Rovereti, quelle con cui Egli stesso si è confrontato nell’istante dell’intuizione e della creazione.

L’artista, pertanto, mette in scena una sorta di meccanismo che nella purezza del noumeno trova raffronto con la forza dell’istinto e dell’espressione interiore. Perfezione ed imperfezione, si incontrano e scontrano, nel suo lavoro. Al rigore della forma che trae forza dalle geometrie che animano la composizione, fa da contraltare il segno, il tratto grafico e cromatico che incede senza timore di “sporcare”; esso, invero, definisce qualcosa che è al di là della fenomenologia semiotica, è un oltre ed un attraverso, tramite per istanze che tendono al perturbante e alla tematica dello svelamento.

Se in questi ultimi anni, tale pratica pittorica è mutata, nella personale ricerca di Massimo Rovereti, spingendosi, tendenzialmente, verso una urgenza di matrice psichica che indaga il caos e le inquietudini, le immagini, trattate in maniera spuria, stanno abbandonando, via via, sia la costruzione geometrica di stampo architettonico, intensa come luogo non di intervento ma di accoglienza del soggetto, sia la mimesis; codesti aspetti, dunque, lasciano il posto ad una emersione d’alterità, che parla un linguaggio intrinseco, proprio, destinato ad una comunicazione che necessiterà di decodificazione, al fine di creare un rapporto con il fruitore – alla stesso modo di quanto accade per l’architettura – . Per una simile ragione, ciò che si pone in essere è una diarchia fra ἦθος e πάθος, una alchemica corrisposta dimensione ontologica che si traduce in sintesi mnemonica e fenomenica. Rovereti, dunque, dà vita a una magmatica espressione che se sosta, in parte, nel linguaggio informale, dal vero giunge; gesti, figure, strutture, elementi extrapittorici  entrano a pieno titolo nella composizione, non, però, in foggia di qualificazioni per l’opera, ma come protagonisti di una sorta di decostruzione percettiva e cognitiva che, se da un lato, “protegge” l’opera e il suo valore di veicolazione di un memento, al contempo, isola da nuove forme di distruzione.

Nel lavoro di Rovereti, la memoria, anche quella collettiva, la tensione verso la tradizione, storica, sociale, culturale ed antropologica, è portata avanti dalla figura umana, in maniera costante, soggetto predominante in una pluralità di forme. Se in serie come Cardinali, Infanzia e Reperti essa partecipa alla scena ma in modo tale da essere una visione di istanza moderna, seppur contrastata da strappi, da rigature di pigmento, da impressioni che si fondono con patterns geometrici, in un dialogo serrato tra i diversi elementi, negli ultimi anni, la figura umana ha subìto una scarnificazione intellettuale ma anche grafica. I corpi sono giunti ad avere la sola forma dello scheletro il quale, tuttavia, si empie di elementi estranei: insetti che si posano sui corpi a creare una perturbante asincronia, oggetti che appartengono ad una deflagrazione storica che si traducono in una maschera identitaria, mentre gesti simbolici, note a margine e segni pittorici, creano un alfabeto che rifugge dal bello, rifugge da scelte di estetica velleitaria – per quanto poi le opere di Massimo Rovereti accolgano e si rivestano di una bellezza del tutto peculiare – .

Il caos cammina in parallelo con quello che si definisce Das Unheimliche, il perturbante di istanza freudiana e sposta la riflessione su un concettualismo prossimo alla ricerca di quella che si potrebbe definire un viatico per una fuga, una catarsi che soggiace al già noto e all’affanno verso qualcosa – un tempo ed uno spazio – di nuovo ma non ancora definibile tout court. In vista di una simile prospettiva l’artista afferra dal reale ciò che sembra non funzionare e, in modo netto, si spinge oltre, verso profondità insondate e di difficile comprensione.

All’horror vacui che affastellava la sua prima produzione si sostituisce, oggi, una distensione semiotica in grado di dar una diversa  voce alle nuove cosmogonie, pur restando fedele alle scelte programmatiche del Rovereti. Il quid dell’imperfezione, che si fa latore anche di istanze afferenti alla sfera dell’inconscio, si conferma quale fil rouge attoriale in una mise-en-scène che prende sostanza non per spettacolarizzare ma, al contrario, per dirla con Italo Calvino, secondo “un’attitudine perplessa e ricettiva che sentiamo vicina e attuale, come quella dell’uomo che nella crisi dei suoi sistemi di previsione cerca disperatamente di tenere gli occhi aperti, di capire”.

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Massimo Rovereti cerca una significazione che necessita di scomporre e ricomporre il mondo, la società, l’uomo medesimo; le concatenazioni che tra essi si pongono ed attuano quei concetti in incipit, De/Costruzione – Caos – Memoria – Indagine – Imperfezione si rivelano commistione con cui l’artista affronta il Vero, il Reale e la Bellezza, immersi nel Tempo e nella Storia.

La volontà di andare oltre ma con la consapevolezza del proprio passato, tanto quello della storia dell’arte che della storia della civiltà umana, ha fatto sì che l’artista cesenate potesse distaccarsi da una contemporaneità non adusa a riflettere ma a cercare coups de théâtre fini a sé stessi, senza il valore ontologico deputato all’arte. Ogni assemblaggio che prende corpo sul supporto, per quanto possa essere determinato da un caos afferente al caso, solo in parte, si fa, invero, metafora di qualcosa d’altro. Se, dunque, ogni lacerazione della forma, ogni sbavatura del pigmento, ogni rimando provocatorio, porta una intrinseca poesia votata a ad una urgenza d’indagine, ciò si trasforma in un vero e proprio varco che porta alla primigenia della natura, dell’uomo, della comunicazione. Rovereti approfondisce, secondo il linguaggio per lui più consono, trasla la visione tra conoscenza e pensiero, pone quesiti e tenta di risponderne ad altri in maniera simbolica, in un emblematico gioco serio dell’arte.

Le relazioni che le sue immagini, i suoi assemblages e le sue costruzioni pongono, si fanno ostinate ed imprescindibili da una complessità gnoseologica. Il rapporto con il tempo e con lo spazio assume un ruolo di coscienza, anche mediante un silenzioso gesto o un urlato emblema, così come la fenomenologia si avvalora grazie all’intervento che l’inserimento di corpi estranei, perturbantemente, crea. Mai nulla, nell’intera parabola dell’artista, avviene senza una necessaria ontologia; l’esito pare sempre naturale, anche se non disinvolto, data la complessità eziologica di talune dinamiche originarie. È l’avvicendarsi di ratio et furor che tende al magma di una memoria collettiva ma che, al contempo, cerca una via di uscita da un inquinamento della stessa.

Per quanto non si possa parlare di opere descrittive, i lavori di Rovereti appartengono ad uno spazio narrativo che si fa cerchio nel quale sono invitati gli osservanti; qui, Essi, vedranno dipanarsi il mondo e la sua umanità, mediante oggetti, figure, pigmenti, segni e grafie, alfabeti ed emblemi. Non v’è retorica di sorta, né stereotipia cui appigliarsi; Rovereti non semplifica il dibattito che porta sul supporto pittorico e sulla scena reale dello spazio fruitivo, si concentra, piuttosto, su una velata estremizzazione dei valori non più riconoscibili nel nostro oggi. Come se ci si aggirasse tra macerie intellettuali, Rovereti tenta di offrire una possibilità alternativa, composta da una riflessione profonda contro la violenza della mancanza di pensiero, quella corruzione che ha sancito la rottura con il mondo delle idee per garantire vittoria all’universo del preconfezionato.

La meditazione del pittore di Cesena diviene, a questo punto, lucida, persino spietata ma cerca rimedio alla rimozione in atto. Compone, scompone e ricompone; invita a fare dei simboli nuovi modelli percettivi ed intellettuali che portino, però, con essi, la grandezza del passato. La rottura con l’attuale non è anticonformismo fatuo, piuttosto si tratta della volontà di superare una impasse stordente ed ottundente.

L’imperfezione è metafora di verità per Rovereti, l’eclettismo concettuale e fenomenico non tradisce la volontà di stabilire un confronto diretto con il quotidiano, come paiono affermare le titolazioni dei filoni produttivi e delle opere stesse; allo stesso modo, il confronto è portato avanti, su diversi piani di lettura, da tutta la complessa costruzione che l’artista struttura per i suoi lavori. Ciò che accade nello spazio dell’opera è ciò che accade nello spazio intellettuale e reale, in primis, nel momento maieutico, poi laddove si pone in essere l’atto di fruizione.

Riflessione lenta, pacata, seppur supportata da una immensa forza semiotica, destabilizzante per il pubblico, è il filo conduttore della ricerca artistica di Massimo Rovereti, in cui la realtà si fa conditio sine qua non, affatto scontata, di una meditata e profonda analisi universale che, al contempo, sa farsi voce interiore e soggettiva di radicale essenza.

                                                                       

 

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