Antonio Del Donno e la fotografia

Fuoco, elemento che traduce sulla materia il proprio marchio, come fosse metafora di un linguaggio che necessita di un segno più forte della parola, non sempre, quest’ultima, in grado di esser chiarificatrice sino in fondo. Le lettere marchiate con il fuoco, da Antonio Del Donno, e che spesso giungono quale filiazione dei Vangeli, in particolare quello di Matteo, vanno oltre ciò che esse lasciano intravvedere. Pare quasi si tratti di una intuizione folgorante, un memento che attraverso l’elemento fuoco sia in grado di farsi strada e traccia nella memoria, nel futuro, varco per un percorso catartico complesso, irto ma scevro da ogni qualsivoglia lezione od esercizio di stile. La purezza del segno, la sincerità della parola, dvengono tramite per un approccio intimo e profondo, tanto per l’artista che per il fruitore.

Antonio Del Donno è noto, principalmente, per le sue opere pittoriche e scultoree, anche quando esse procedono secondo quel che può definirsi un missaggio dei due linguaggi e delle due forme. Laddove la pittura non basta più, ecco che interviene il segno, il gesto non pittorico, persino il marchio, quello del fuoco e quello che scalfisce la superficie, lignea o di tela, come a ricercare il senso più intimo ed essenziale del noumeno.

Tuttavia, Del Donno, nell’ambito della sua complessa e poliedrica ricerca artistica, ha osservato il mondo anche attraverso l’obiettivo della fotocamera, indagando il quotidiano secondo un sentire frammisto di presenze e assenze dell’umanità. Le sue fotografie, risalenti al quarantennio e oltre che va dagli anni Sessanta sino al 2006, mettono in luce spaccati di un universo quotidiano affrontato con sguardo attendo al dettaglio, al rigore geometrico, o alla sua esatta opposita, verità, che i manufatti dell’uomo, le sue intromissioni, hanno prodotto. Ogni scatto rappresenta ciò che l’artista ha visto oltre, oltre quanto esiste con un proprio ruolo ed una precipua funzione.

I binari che si traducono in intricate trame bianche e nere, oggetti dell’edilizia che paiono sostare in una eterna attesa e che improvvisano pattern del tutto involontari, ma che, incontrando il genius dell’artista Del Donno, finiscono per posporre la loro reale identità al fine di formare visioni altre, di nuova oggettività, in grado di formare un linguaggio scevro da significazioni sovrastrutturali e ponendosi, invece, quale baluardo di una differente ed originale cosmogonia. Tutto pare, dunque, farsi metafora di vita, ogni contrasto, ogni nuova intersezione di pieni e di vuoti, di luci ed ombre. Non inquadrature di paesaggi riconoscibili, tutt’altro; si tratta di un focus su una caratterizzazione, su quello che oserei definire il punctum in grado di traslarsi nella più profonda essenzialità del luogo e del dettaglio immortalato.

Ciononostante, in ogni foto, anche e soprattutto quelle che non vedono l’elemento umano quale soggetto attoriale centrale e fattuale, non esita ad emergere la profondità di un’anima che è quella di cui lo scatto è pervaso. Non si tratta, invero, di luoghi scevri da affezioni, bensì di dettagli che costruiscono un più ampio discorso narrativo che, però, non necessita affatto di una costruzione compositiva che debba avere una precisazione descrittiva. Non paesaggi, dunque, non reportages di luoghi del proprio vivere. Sguardi, piuttosto, che si sorprendono e che cercano nel passaggio dell’uomo quella traccia significativa, non sempre spiegabile, ma che ha la forza di una essenza. È il dettaglio, o meglio, l’insieme di dettagli a costruire un intero universo visibile, con una propria forza, che parla per immagini, senza sia necessario  altro.

Il momento fruitivo si fa emulazione ontologica del gesto, in tal modo scorrono, una dopo l’altra, le visioni fotografiche di Antonio Del Donno, vicolo dopo vicolo, arco dopo arco, dettaglio dopo dettaglio. La storia e le storie si sovrappongono, si scalzano, si avvicinano e sorprendono, fintanto che l’obiettivo non scorge l’uomo, i suoi gesti più umili, quasi si trattasse di una visione ex ante delle opere afferenti alla sua poetica pittorica e scultorea, come se, nelle foto di questi uomini e queste donne, vi fosse l’origine umana della parabola concettuale e artistica di Del Donno, il quid epifanico.

Mediante gli sguardi, le espressioni dei protagonisti di quegli scatti, che la puntuale scelta del bianco e  nero mira a rendere ancor più ficcanti e profondi, si apre, dinanzi all’osservatore, un mondo nuovo, limbo tra passato e presente, che è storia, ricordo, affezione, visione esperita e messa a disposizione di nuovi sguardi, di nuove interpretazioni, secondo quella generosità che appartiene all’uomo Antonio Del Donno e, naturalmente, all’artista.

Afflati di vite si celano nella decostruzione che Del Donno compie sul dato reale, sull’insieme dal quale trae forza il particolare, nell’ambito di una ricerca che indaga l’ignoto, l’inusuale, vera fonte dell’essenza esistenziale. Ogni dettaglio immortalato si rivela in grado di palesare narrazioni altre, identità che tessono trame anche labirintiche, mentre la sua Benevento cambiava, da un passato di cui restavano tracce antiche a linee che segnavano il sopraggiungere del progresso. Una dimensione che, tuttavia, ancor oggi è attuale, tanto negli scorci urbani, industriali, quanto nelle campagne che circondano la città, o nelle tradizioni secolari, come nella serie del 1975 dedicata ai Riti settennali di penitenza in onore dell’Assunta di Guardia Sanframondi. Negli scatti di Del Donno l’intensità di quei commoventi atti che gli uomini del Sannio compiono dall’epoca pagana, trova un’urgenza espressiva straordinaria, un lirismo che riflette la vocazione, la fede e il πάθος del dramma intimamente vissuto, in grado di sostituirsi a quella che potrebbe apparire una spettacolarizzazione del dolore.

Il tratto che accomuna l’opera e la poetica di Antonio Del Donno è proprio l’assenza di quello che si definisce un rumore di fondo, un atto d’arte urlato. Ogni lavoro che l’artista ha realizzato è sostenuto da un silenzio che è ontologico, attrante per la speculazione concettuale e filosofica e non per inutili costruzioni sovrastrutturali. Tale sentimento è tangibile nelle foto, nell’immediatimo con cui esse raccontano l’idea, l’espressione di un istante, quid generativo per una più ampia e complessa trattazione del proprio tempo.

 

“Questo è l’unico dialogo che esiste.

Le parole servono solo a compromettere ed alterare l’essenziale.”

Un’idea del maestro Antonio Del Donno in foggia di explicit a questo mio breve testo, che sia il modo per avvicinarsi, comprendere, indagare la poetica dell’artista, la ricchezza e la complessità della sua parabola antologica, il lirismo profondo della sua arte e delle sue idee.

 

Azzurra Immediato, gennaio 2017

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